Roma, 15 ottobre 2011

ottobre 16, 2011

Quando arrivo in via Merulana gli scontri sono iniziati già da un po’. Lassù, gli elicotteri che faranno da colonna sonora alla giornata scompaiono e ricompaiono tra le chiome dei platani. Un gruppetto di ragazzi incappucciati ha preso d’assalto una filiale della Banca Popolare del Lazio. Hanno divelto un palo della segnaletica stradale e lo usano come testa d’ariete contro le vetrine. Sventrano i bancomat, una pioggia di sampietrini. Qualcuno di tanto in tanto lancia una bomba-carta che fa indietreggiare impauriti i manifestanti. Una scia densa e fuligginosa si alza ondeggiando da via Labicana. In fondo a viale Manzoni gli scheletri di una Bentley e di una Range Rover carbonizzati come statue di cenere. Nell’aria tremolante per il fuoco dei cassonetti incendiati la coda del corteo – ragazzi e ragazzi con striscioni e bandiere, coppie di mezza età, vecchi e bambini, gente con chitarre e sassofoni, addirittura un clown sui trampoli – è paralizzata dall’incertezza. Ma dopo un po’ alcuni manifestanti decidono di insorgere contro i violenti. «State rovinando tutto!» «Coglioni!» «Tornatevene a casa!» Un uomo con occhiali e capelli grigi si scaglia contro un incappucciato: «Sei uno stronzo! Stai mandando a monte l’intera protesta, non lo capisci?» «Sei tu che non capisci un cazzo!» gli risponde l’altro. «Una scarpinata come la vostra non se la caca nessuno! Bisogna fargli sentire il fiato sul collo a ‘ste merde! Quindi tu protesta alla tua maniera, se non hai il coraggio di incazzarti sul serio, ché io protesto a modo mio!» «Ma quale coraggio e coraggio! Questa è vigliaccheria! Sei un coniglio, sei! Ma dico: ti sei visto? Te ne stai barricato dietro un passamontagna e non hai neanche le palle di fare le cose alla luce del sole!» «Coniglio un cazzo! Ecco!» E si sfila il cappuccio dalla testa: un uomo sui quarantacinque con barba incolta, capelli castani crespi e due pendenti alle orecchie. «Sei contento, adesso? Non sono un codardo, io! Sono solo un cittadino incazzato! Porcoddio, mi stanno rovinando la vita! Ma che credi? Sono un padre di famiglia, sai? Ho un figlio! E per sopravvivere faccio il contadino! Cristo Santo! Passo tutti i giorni dell’anno a tirare a campare ingoiando la merda che ci servono ‘sti politici e banchieri del cazzo! Ma non ce la faccio più! No che non ce la faccio! Così oggi mi sono alzato e ho detto no, hai capito?» Intanto il corteo è riuscito momentaneamente a isolare i facinorosi. Ai margini della via un ragazzino con una sciarpa nera tirata sulla faccia e un bastone in mano sta parlando al cellulare. Avrà sì e no sedici anni, come la maggior parte di quelli che hanno assaltato la banca qualche minuto fa. Starà rassicurando la madre davanti alla tv sul fatto che lui no, non è alla manifestazione ma a casa di Giorgio per una partita alla playstation, o prende accordi con altri incappucciati sulle restanti zone di Roma da mettere a ferro e fuoco? Un ragazzo in jeans e t-shirt gli inveisce contro: «Sei una merda umana! Vattene via!» Lo sbarbatello alza lo sguardo, poi torna a concentrarsi sul telefonino. Ma il manifestante non lo molla: «Vaffanculo! Stronzo! Hai sentito? Tornatene a casa!» Allora il ragazzino, lo stesso che qualche minuto fa trasformava i cassonetti in falò e le vetrine di una banca in ragnatele di cristallo, insorge e reclama educazione: «Ma vuoi finirla di gridare? Non lo vedi che sono al telefono?» Ci vuole un po’ perché intervenga la polizia. I lacrimogeni si incrociano in aria con gli archi descritti da bottiglie e sampietrini. I violenti rimettono i passamontagna in tasca, abbassano i fazzoletti da banditi sul collo e, mimetizzati al resto del corteo, si spostano altrove. La manifestazione riesce a proseguire ancora per un po’, a singhiozzo, in direzione piazza san Giovanni. Un’ambulanza fende la folla per portare soccorso a un’anziana che, stordita dalle fughe improvvise all’interno del corteo e dal fumo dei cassonetti bruciati e dei lacrimogeni, deve aver avuto un attacco. L’hanno fatta distendere sull’ingresso dell’Antonianum. Abbandonato qualche metro più in là sul muretto della Pontificia Università, un casco da motociclista spaccato da una manganellata. Intanto piazza san Giovanni si sta trasformando in un campo di battaglia. L’asfalto bagnato dagli idranti della polizia. Il rumore di fondo dei cori e degli scontri puntellato qua e là dall’esplosione di bombe-carta. Lo stridio di gomme di un’auto dei carabinieri che, aggredita a calci e bastonate, si fa tutta via Fontana accelerando in retromarcia. Cariche dei celerini. Tre lacrimogeni atterrano in contemporanea sul sagrato della chiesa di san Giovanni facendo arretrare la folla. «Niente panico!» grida qualcuno. «Non correte! Non correte o ci pestiamo tra di noi!» Il fumo acre si insinua in bocca e negli occhi. Quando riesco a schiudere un po’ le palpebre intravedo alcuni incappucciati che tirano fuori dagli zaini bottiglie con acqua e succo di limone o altro. Se le passano tra di loro, si lavano gli occhi e la faccia. Un ragazzo vicino a me mi porge mezzo limone. «Tieni,» mi fa, «sfregati il succo sotto gli occhi. Dovrebbe andare meglio.» La polizia carica ancora e risospinge i violenti verso via Merulana. Decido che basta, meglio tornarmene a casa. Risalgo anch’io lungo il viale. Ma all’altezza di via Poliziano lo scontro si fa talmente violento e il fumo dei lacrimogeni ingolfato dal vento è così denso che insieme ad altri passanti devo imbucarmi nel cortile di un palazzo. Sputiamo per terra e ci sfreghiamo gli occhi. Dallo spiraglio del portone vedo barricati dietro le vetrine del bar di fronte i clienti che fino a un attimo fa sorseggiavano caffè e tè alla pesca ai tavolini all’aperto. Poi il fumo e gli scontri di diradano, decido di uscire. In fondo a via Machiavelli stanno bruciando due cassonetti e una Mercedes Benz. Tutt’intorno giornalisti e curiosi che riprendono o fanno foto col cellulare. «Ma perché? Si può sapere perché?» grida un vecchio mentre le lingue di fuoco si allungano verso il cielo rischiarando il crepuscolo. «Dovete pagarla, questa qui! Perché? Perché? Oh sì, ma la pagherete!» Il tono è cantilenante e lagnoso, da litania. Una lamentazione funebre per la morte di cosa? Della propria auto di lusso? Della democrazia? «Perché?» continua a gridare. «La pagherete! Dovete pagarla! Sì, ma perché?» Ormai la gente lo guarda come fosse un pazzo o un invasato. La geremiade va avanti così per almeno un quarto d’ora. Poi i primi scoppi all’interno dell’auto. L’arrivo dei pompieri. L’acqua dell’idrante si abbatte sul fuoco sfrigolando e liberando in aria una densa ala di fumo bianco.

Formiche

maggio 11, 2011

In cucina, sono ovunque; ai piedi della pattumiera, nelle connessure tra una piastrella e l’altra, in salita su una gamba del tavolo; una, eroicamente, dà da sola l’assedio al portapane. Prendo l’insetticida e spruzzo una nube per la stanza; poi scopo via i cadaveri – un mucchietto di bruscoli neri – e torno in camera. Allora sento un prurito all’altezza del polso. Lo schiaffeggio convinto che una superstite si stia inerpicando tra i peli del mio avambraccio, ma non vedo nulla. Poi un identico brulichio si materializza dietro la gamba destra, sul polpaccio. Mi do un’energica grattata fin quasi a sanguinare, ma anche stavolta niente, nessun parassita. È allora che il prurito si estende ad altre parti del corpo, e inizio a grattarmi con rabbia sulle cosce, dietro la schiena, tra i capelli. Alla fine mi arrendo. Il fantasma di una formica uccisa mi solletica il collo come il pendente di un orecchino, mentre lascio che nella carne della nuca affondi le piccole e inquiete falci delle mandibole un altro insetto psichico.

Disoccupato. Sabato pomeriggio

marzo 26, 2011

C’è niente di più abbrutente, e esaltante, e abbrutente, che passare il sabato pomeriggio a giocare col videogamino del cellulare – Block’d, una specie di figlio bastardo del Tetris – tra mucchi di libri che implorano di esser letti e personaggi abbandonati da mesi in un file word senza braccia o congelati a mezz’aria nell’atto di saltare oltre un crepaccio? Cos’è che impone ai desideri questo gioco al ribasso? Che mi fa sostituire i progetti a lungo termine con la pianificazione di un evento più a portata di mano come il superamento dell’ultimo record di mattoncini rossi e gialli impilati? È l’assoluta impossibilità oggi, in Italia, di formulare un qualsiasi programma che vada oltre la settimana (un lavoro, un viaggio all’estero, l’arredo di una casa)? Perché il bello è che potrei rimboccarmi le maniche e magari fare qualcosa di gradevole e importante. Ma la mia anima o meglio il mio corpo deve aver capito che c’è qualcosa che dà più alla testa che realizzarsi e aver successo nella vita ed è – lo sanno bene i tossici e i suicidi – il piacere di buttarsi via.

Barbabietole e pallottole

marzo 4, 2011

Che succede se uno slavo di «quarantacinque anni, uomo di grossa corporatura, fanatico di calcio bosniaco al punto da portare con orgoglio un tatuaggio di Safet Sušić sul bicipite destro» bussa alla porta di una casetta della bassa padana con in corpo un bel po’ di rakija e armato di fucile a pompa ma, invece che con l’uomo che gli deve quindicimila euro, si trova faccia a faccia con una vecchietta mezzo sorda?  Ciò che è certo è che nel momento stesso in cui il bosniaco dice alla madre di Tito Pasquato: «Se per caso lo vedi, digli che Zlatan Tuco ha finito di aspettare», è proprio lì che l’attesa ha inizio, almeno per il lettore, la suspense manda lo scricchiolio di una ruota dentata che ingrana e Bacchiglione Blues, secondo romanzo di Matteo Righetto dopo l’esordio di Savana padana, si mette in moto. La poetica dello scrittore di Padova, nonché della rivista Sugarpulp di cui è animatore, è chiara fin dai titoli: attenzione massima alla  realtà di casa nostra con uno sguardo rivolto oltre oceano. Il risultato narrativo è una sovrimpressione di ritmi e motivi, e un ritratto a tinte noir, pulp e western – boom economico nordestino, etica degli sghei, criminalità autoctona e dell’est, rifiuti tossici e bamboccioni, il tutto ammollato in un intingolo di sangue e fischi di pallottole – della provincia del Paese. I presupposti di questa formula sono diversi. Da un lato, l’analogia socio-paesaggistica con la realtà americana («Quella bassa provincia padovana che tanto somiglia alla Lousiana occidentale»), dall’altro l’elezione a spiriti-guida di scrittori come McCarthy e Lansdale e registi del calibro di Tarantino, sebbene anche in questo caso non manchi la matrice indigena a partire dal noir di Carlotto. La storia fila come le acque del Bacchiglione, sospinta dal peso della trama e dei personaggi nonché dall’ironia dell’autore (esemplare la scena di apertura, e ancor di più il beffardo finale). I ritmi – il «blues» del titolo, appunto – sono quelli serrati del noir stelle e strisce e del pulp tarantiniano benché la mano della regia, unico neo di una costruzione per il resto ben armonizzata, abbia qualche incertezza tra soggettiva e narratore onnisciente, e tra montaggio cinematografico alla McCarthy e scarti di colloquialità conradiana. I personaggi, ben caratterizzati sia psicologicamente che linguisticamente (efficaci e sferzanti i botta-e-risposta), sono il campionario di un’umanità tamarra fatta di passione per le auto modificate, bestemmie, bassi istinti. Bella e ficcante anche la resa del paesaggio, carica di dettagli realistici – la nebbia, le strade sterrate, le zanzare tigre, i topinambur – eppure sempre sull’orlo della sua fantasmizzazione («uno stop posto tra il nulla e il niente») o della trasfigurazione nel paesaggio morale; basti pensare al «Sebbene vivessero in paesi diversi, gli scenari rurali che facevano da sfondo alle abitazioni dei suoi due compari erano molto simili e nulla li differenziava a prima vista, senonché il primo viveva nel mezzo di una enorme piantagione di barbabietole, mentre il secondo nel mezzo di una enorme piantagione di soia. Tutto qui»; oppure alla bella natura morta nordestina con stoccata anti-intellettuale: «Sul tavolo erano riposte, ammassate fra loro disordinatamente, diverse scatolette di tonno Rio mare, di Simmenthal, decine di sacchetti di pan biscotto, un paio di soppresse avvolte nelle pagine culturali del “Mattino di Padova”, qualche tanica piena d’acqua e una cassa di merlot». Insomma, se siete in cerca di una bella storia avvincente e di uno spaccato di vita del Paese, non perdetevi Bacchiglione blues, e non perdete d’occhio Matteo Righetto e tutta la truppa della barbabietola (http://www.sugarpulp.it/).

Oltre il Po

febbraio 14, 2011

Ma alla terza canna Corti ha uno scatto d’ira e salta su. «Sai chi mi sta più sul cazzo?» dice. «Quelli che rivendicano con orgoglio di non essere mai scesi oltre il Po. Per ’sta gente qui Crotone, ’O sole mio, caponata e Colosseo sono tutta una stessa cosa. Una massa indistinta. Poco manca che si convincano che il Po son le colonne d’Ercole, che al di là del Po finisce il mondo, che il Po è l’orlo estremo della terra piatta oltre cui tutto cade e vortica e precipita nel nulla cosmico, e perciò è pericoloso avventurarsi. Gente del Medioevo. Cazzo, la geografia e l’intelligenza proprio non stanno di casa in quelle teste.»

La morte di Helmuth

febbraio 10, 2011

Gli parve di non poter più abbandonare il posto vicino al catafalco; e solo con grande sforzo riuscì a ricordarsi che quella era la sala grande, e che la bara era là dove di solito c’era il pianoforte, e là dietro, presso il margine del tappeto, doveva esserci un tratto di pavimento su cui nessuno aveva mai posato il piede; vi si avvicinò lentamente, toccò il muro parato a lutto, sentì sotto il panno scuro le cornici dei ritratti e della Croce di Ferro, e quel frammento di realtà riconquistata trasformò in modo strano e quasi avvincente la morte in una questione di tappezzeria, rese quasi serena la visione di Helmuth che, con la sua bara tutta adorna di fiori, era stato messo in quella stanza come un mobile nuovo.

[Hermann Broch, I sonnambuli. Pasenow o il romanticismo]

Mensa

gennaio 27, 2011

Sono a scuola, nell’orario di mensa. Davanti a me la fila di ragazzi col portavivande di plastica in mano; in fondo, dietro il fumo delle pentole, gli inservienti in grembiule bianco che distribuiscono tre mestoli di pasta-uno di spinaci-tre bastoncini di merluzzo-una michetta, tre mestoli di pasta-uno di spinaci-tre bastoncini di merluzzo-una michetta, tre mestoli di pasta-uno di spinaci-tre bastoncini di…  La gomitata di qualcuno mi riscuote. «Avantiiii… marsch!» scherza un ragazzino. «Mangiamo il rancio» fa qualcun altro. Poi tutti i bambini portano alla bocca i cucchiai con un sincronismo irreale, esasperante; davanti a loro, perfettamente in riga e uguali l’uno all’altro, i vasetti di yogurt. Ogni cosa è linda e allineata e replicata all’infinito come in file di specchi. Inorridisco. Lancio un’altra occhiata intorno, poi mi rivolgo al collega di fronte tutto concentrato su una forchettata di verdura. «Sai cosa?» gli faccio. «La tristezza delle mense aziendali, i ritmi da caserma, la serialità dei prodotti di fabbrica: gli stiamo inoculando tutto questo a piccole dosi, come un vaccino. Li stiamo preparando a diventare dei tristi, avvilenti, ingrigiti esseri adulti». Allora lui si riscuote, solleva la faccia dal piatto e accennando un sorriso – un filo di spinaci tra i denti – non dice proprio nulla.

È per la rivoluzione?

gennaio 20, 2011

«Molto bene» disse freddamente. «Vuoi lavorare per la rivoluzione, dici… Togliti la giacca, appendila là. Vieni, ti mostro dove teniamo i secchi e gli stracci. Il pavimento è sporco. Incomincia da questo; quando hai finito, darai una bella lavata nelle altre stanze. Bisogna anche pulire le sputacchiere. E poi ci sono le finestre».

«È per la rivoluzione?» chiese il ragazzo.

«Per la rivoluzione, certo» rispose Vera.

Rivera li guardò tutti con freddo sospetto, poi si sfilò la giacca.

«Allora, va bene» disse.

[Jack London, Il messicano]

Una boccata d’aria fresca

dicembre 15, 2010

Nei giorni dello sfascio politico e sociale del Paese – gli ultimi cinquemila e rotti vale a dire un quindicennio buono, non le ultime banalissime quarantott’ore, intendiamoci – leggere o ascoltare uno come Aldo Busi è una boccata d’aria fresca. Provare per credere. Nel talk-show destrorso “L’ultima parola” (qui la prima parte e qui la seconda), davanti a un Sallusti attestato come sempre sui suoi standard  di irreprensibile e articolata idiozia, lo scrittore di Montichiari ne ha per tutti e su tutto: il contesto televisivo, gli studenti, Berlusconi, la Chiesa, l’opposizione, l’otto per mille, Vespa, Wikileaks. Ne vengono fuori vere e proprie chicche come questa sugli studenti che protestano in piazza:

S. – Mi chiedo se i rivoluzionari sono questi o invece questi abbiano venduto il loro cervello all’ammasso e i rivoluzionari sono quelli che stanno studiano dodici ore al giorno per prepararsi…

B. – Mi dispiace, ma se uno studia dodici ore al giorno e non va in piazza un’ora al giorno studia per niente. Perché vuol dire che non ha capito niente della società. Perché studiare significa studiare il polso della nazione e il polso della nazione è nella piazza, non è nel tinello, mio caro. […] La cultura è sempre un compromesso tra il dentro e il fuori.

O questa:

S. Ma secondo lei, maestro, oggi essere antiberlusconiano è essere rivoluzionario o essere conformista?

B. – È essere sani. Perché una persona sana non può non essere antiberlusconiana. Punto e basta.

O questa promozione-antipromozione del libro di Vespa:

B. – Ma parliamo un po’ del libro di Bruno Vespa! È qua per vendere, poverino. Ci dica almeno il titolo. Oh, eccolo qua! Il cuore e la spada. Sembra rubato a Liala. […] Il cuore è la spada: se avete un tavolo che traballa, è l’ideale. […] Posso comunque dire una cosa? Grande copertina! […] Il titolo mhm… ma bellissima copertina!

P. S. Ma avete notato che il vicedirettore de Il Giornale nei modi e ragionamenti somiglia tanto a Feltri come certi cani da compagnia finiscono con l’assomigliare ai loro padroni (o viceversa)?

Il Nord rende filosofi?

novembre 25, 2010

Tim Page – Ritorniamo un momento al fascino che il Nord esercita su di Lei. In occasione del suo documentario radiofonico The Idea of North se non sbaglio Lei aveva detto che era difficile andare nel Grande Nord senza diventare un filosofo.

Glenn Gould – Più precisamente ho detto che tra le persone che si erano spinte al Nord la maggior parte sembravano divenute dei filosofi, anche se in modo empirico. Di queste persone nessuna era nata nel Nord; avevano scelto di viverci per una ragione o per l’altra, e questa scelta li aveva sottoposti a un processo che aveva trasformato la loro vita. All’inizio i più resistevano alla trasformazione, sforzandosi di mantenere un rapporto con l’esterno, restando in contatto con gli amici di prima e continuando ad abbonarsi ai diversi periodici americani. Ma dopo un po’ arrivavano a un punto in cui si dicevano: “Non è per questo che siamo venuti qui”. Ciò detto, penso che questo possa valere per chiunque decida di vivere isolato, fosse anche nel centro di New York. Non credo che il fattore latitudine in sé sia essenziale. Ho assunto il tema del Nord come una semplice metafora, ma non è la latitudine che ha fatto di queste persone dei filosofi. Il processo di purificazione che consiste nello smettere di occuparsi delle opinioni altrui avrebbe potuto scattare benissimo anche se avessero deciso di chiudersi nel bagno, sebbene in questo caso non sarebbe stato altrettanto attraente dal punto di vista panoramico. Quella di cui parlo è quindi un’ “idea” astratta del Nord.


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