Quando arrivo in via Merulana gli scontri sono iniziati già da un po’. Lassù, gli elicotteri che faranno da colonna sonora alla giornata scompaiono e ricompaiono tra le chiome dei platani. Un gruppetto di ragazzi incappucciati ha preso d’assalto una filiale della Banca Popolare del Lazio. Hanno divelto un palo della segnaletica stradale e lo usano come testa d’ariete contro le vetrine. Sventrano i bancomat, una pioggia di sampietrini. Qualcuno di tanto in tanto lancia una bomba-carta che fa indietreggiare impauriti i manifestanti. Una scia densa e fuligginosa si alza ondeggiando da via Labicana. In fondo a viale Manzoni gli scheletri di una Bentley e di una Range Rover carbonizzati come statue di cenere. Nell’aria tremolante per il fuoco dei cassonetti incendiati la coda del corteo – ragazzi e ragazzi con striscioni e bandiere, coppie di mezza età, vecchi e bambini, gente con chitarre e sassofoni, addirittura un clown sui trampoli – è paralizzata dall’incertezza. Ma dopo un po’ alcuni manifestanti decidono di insorgere contro i violenti. «State rovinando tutto!» «Coglioni!» «Tornatevene a casa!» Un uomo con occhiali e capelli grigi si scaglia contro un incappucciato: «Sei uno stronzo! Stai mandando a monte l’intera protesta, non lo capisci?» «Sei tu che non capisci un cazzo!» gli risponde l’altro. «Una scarpinata come la vostra non se la caca nessuno! Bisogna fargli sentire il fiato sul collo a ‘ste merde! Quindi tu protesta alla tua maniera, se non hai il coraggio di incazzarti sul serio, ché io protesto a modo mio!» «Ma quale coraggio e coraggio! Questa è vigliaccheria! Sei un coniglio, sei! Ma dico: ti sei visto? Te ne stai barricato dietro un passamontagna e non hai neanche le palle di fare le cose alla luce del sole!» «Coniglio un cazzo! Ecco!» E si sfila il cappuccio dalla testa: un uomo sui quarantacinque con barba incolta, capelli castani crespi e due pendenti alle orecchie. «Sei contento, adesso? Non sono un codardo, io! Sono solo un cittadino incazzato! Porcoddio, mi stanno rovinando la vita! Ma che credi? Sono un padre di famiglia, sai? Ho un figlio! E per sopravvivere faccio il contadino! Cristo Santo! Passo tutti i giorni dell’anno a tirare a campare ingoiando la merda che ci servono ‘sti politici e banchieri del cazzo! Ma non ce la faccio più! No che non ce la faccio! Così oggi mi sono alzato e ho detto no, hai capito?» Intanto il corteo è riuscito momentaneamente a isolare i facinorosi. Ai margini della via un ragazzino con una sciarpa nera tirata sulla faccia e un bastone in mano sta parlando al cellulare. Avrà sì e no sedici anni, come la maggior parte di quelli che hanno assaltato la banca qualche minuto fa. Starà rassicurando la madre davanti alla tv sul fatto che lui no, non è alla manifestazione ma a casa di Giorgio per una partita alla playstation, o prende accordi con altri incappucciati sulle restanti zone di Roma da mettere a ferro e fuoco? Un ragazzo in jeans e t-shirt gli inveisce contro: «Sei una merda umana! Vattene via!» Lo sbarbatello alza lo sguardo, poi torna a concentrarsi sul telefonino. Ma il manifestante non lo molla: «Vaffanculo! Stronzo! Hai sentito? Tornatene a casa!» Allora il ragazzino, lo stesso che qualche minuto fa trasformava i cassonetti in falò e le vetrine di una banca in ragnatele di cristallo, insorge e reclama educazione: «Ma vuoi finirla di gridare? Non lo vedi che sono al telefono?» Ci vuole un po’ perché intervenga la polizia. I lacrimogeni si incrociano in aria con gli archi descritti da bottiglie e sampietrini. I violenti rimettono i passamontagna in tasca, abbassano i fazzoletti da banditi sul collo e, mimetizzati al resto del corteo, si spostano altrove. La manifestazione riesce a proseguire ancora per un po’, a singhiozzo, in direzione piazza san Giovanni. Un’ambulanza fende la folla per portare soccorso a un’anziana che, stordita dalle fughe improvvise all’interno del corteo e dal fumo dei cassonetti bruciati e dei lacrimogeni, deve aver avuto un attacco. L’hanno fatta distendere sull’ingresso dell’Antonianum. Abbandonato qualche metro più in là sul muretto della Pontificia Università, un casco da motociclista spaccato da una manganellata. Intanto piazza san Giovanni si sta trasformando in un campo di battaglia. L’asfalto bagnato dagli idranti della polizia. Il rumore di fondo dei cori e degli scontri puntellato qua e là dall’esplosione di bombe-carta. Lo stridio di gomme di un’auto dei carabinieri che, aggredita a calci e bastonate, si fa tutta via Fontana accelerando in retromarcia. Cariche dei celerini. Tre lacrimogeni atterrano in contemporanea sul sagrato della chiesa di san Giovanni facendo arretrare la folla. «Niente panico!» grida qualcuno. «Non correte! Non correte o ci pestiamo tra di noi!» Il fumo acre si insinua in bocca e negli occhi. Quando riesco a schiudere un po’ le palpebre intravedo alcuni incappucciati che tirano fuori dagli zaini bottiglie con acqua e succo di limone o altro. Se le passano tra di loro, si lavano gli occhi e la faccia. Un ragazzo vicino a me mi porge mezzo limone. «Tieni,» mi fa, «sfregati il succo sotto gli occhi. Dovrebbe andare meglio.» La polizia carica ancora e risospinge i violenti verso via Merulana. Decido che basta, meglio tornarmene a casa. Risalgo anch’io lungo il viale. Ma all’altezza di via Poliziano lo scontro si fa talmente violento e il fumo dei lacrimogeni ingolfato dal vento è così denso che insieme ad altri passanti devo imbucarmi nel cortile di un palazzo. Sputiamo per terra e ci sfreghiamo gli occhi. Dallo spiraglio del portone vedo barricati dietro le vetrine del bar di fronte i clienti che fino a un attimo fa sorseggiavano caffè e tè alla pesca ai tavolini all’aperto. Poi il fumo e gli scontri di diradano, decido di uscire. In fondo a via Machiavelli stanno bruciando due cassonetti e una Mercedes Benz. Tutt’intorno giornalisti e curiosi che riprendono o fanno foto col cellulare. «Ma perché? Si può sapere perché?» grida un vecchio mentre le lingue di fuoco si allungano verso il cielo rischiarando il crepuscolo. «Dovete pagarla, questa qui! Perché? Perché? Oh sì, ma la pagherete!» Il tono è cantilenante e lagnoso, da litania. Una lamentazione funebre per la morte di cosa? Della propria auto di lusso? Della democrazia? «Perché?» continua a gridare. «La pagherete! Dovete pagarla! Sì, ma perché?» Ormai la gente lo guarda come fosse un pazzo o un invasato. La geremiade va avanti così per almeno un quarto d’ora. Poi i primi scoppi all’interno dell’auto. L’arrivo dei pompieri. L’acqua dell’idrante si abbatte sul fuoco sfrigolando e liberando in aria una densa ala di fumo bianco.